Le tappe fondamentali del Purna Yoga di Sri Aurobindo e Mère

Aggiornamento: 16 apr

Spunti per iniziare il viaggio del Purna Yoga


QUESTO È UN LIBRO APERTO CHE CRESCE OGNI SETTIMANA. LEGGETE GLI ULTERIORI PARAGRAFI.

LO STO SCRIVENDO, NEL TENTATIVO DI CONSENTIRE AI NEOFITI DI ACCOSTARSI A SRI AUROBINDO.

(Ultimo aggiornamento:16 aprile 2022, ore 12,00)


GUIDA AL PURNA YOGA DI SRI AUROBINDO E MÈRE



Conoscere e comprendere Sri Aurobindo è un vero cimento perché la profondità e la complessità del suo pensiero spesso scoraggiano i neofiti. Ma ancor più arduo è trarre dal suo pensiero indicazioni sulla sadhana da seguire per chi non sappia dove cercare. Non esiste infatti un percorso codificato, non ci sono insegnanti di Purna Yoga (Yoga Integrale). Bisogna quindi mettersi in cammino, sospinti e sostenuti da un ANELITO intenso e da una Fede a tutta prova.

Ma, a ben vedere, nelle sue numerose opere, Sri Aurobindo fornisce indicazioni precise che sta al sadhaka rintracciare e tradurre in pratica. Con il termine sadhaka si intende colui che intraprende il cammino e la disciplina spirituale, perseguendo la Conoscenza (la Gnosi), e la Realizzazione.

Lo scopo di questo mio scritto è di tentare umilmente di tracciare un cammino che sia soltanto un orientamento per ogni ricercatore, senza avere la minima pretesa di definire una prassi iniziatica. Sono consapevole della grande difficoltà del mio intento e chiedo di essere sostenuto dal Divino a cui mi affido per avere ispirazione.

Sento intimamente l'importanza di riuscire in questo tentativo, non per me stesso, ma perché può giovare a chi si sta avvicinando a questo meraviglioso Maestro che è un ineffabile Avatar. Non nobis Domine. Molte persone che ho incontrato negli anni sono rimasti folgorati dall'insegnamento di Sri Aurobindo, ma mi hanno comunicato la loro difficoltà di tradurlo in una Via da percorrere. Questo è lo scopo che mi anima ad intraprendere questa avventura.

Iniziamo il viaggio dal primo volume della Sintesi dello Yoga. Il titolo in italiano già può portare fuori strada perché il titolo originario è LA SINTESI DEGLI YOGA. Con questa precisazione già si coglie un primo insegnamento. Sri Aurobindo ci indica che il suo percorso non riguarda una Via in particolare, ma la sintesi di varie Vie iniziatiche, cogliendone il loro senso e la loro funzione.

Ogni yoga privilegia una determinata funzione dell'essere umano e la mette al servizio dell'unione col Divino. Così c'è la Via che passa dal corpo, dalla mente, dalla devozione, dalla conoscenza e dall'azione. Ma nel Purna Yoga ogni sadhaka deve prendere ogni sua funzione in maniera integrale e lavorare con ognuna di esse. Qui già c'è una prima grande difficoltà. Ovviamente ci vorrebbe una vita intera per percorrere il cammino di una sola Via di Yoga e quindi già su questo punto si bloccano molti ricercatori. Che fare? Ma andiamo per ordine, passo dopo passo, senza fretta seguendo la progressione degli insegnamenti di Sri Aurobindo nella Sintesi dello Yoga.


INTRODUZIONE



1) "Nessuna Sintesi dello yoga può riuscire soddisfacente se, per raggiungere il suo intento, non fonde Dio e la Natura in una vita umana liberata e perfetta o, se attraverso i suoi metodi non permette o anzi non favorisce l'armonia delle nostre attività e delle nostre esperienze interiori ed esteriori in una divina e totale pienezza". Pag. 16

Il Purna yoga quindi si caratterizza nel rendere sacro ogni aspetto dell'essere umano: il corpo, il vitale con le sue emozioni ed i suoi impulsi, la mente, il cuore e le nostre azioni. Dobbiamo raccogliere ed accogliere ogni parte di noi stessi per trasformarla in strumento della manifestazione Divina. Ovviamente ciò avviene attraverso fasi successive di purificazione e di trasformazione. Ma vi esorto ancora una volta a saper attendere. Poco per volta tutto diventerà più chiaro.


2) "L'uomo è precisamente la sede ed il simbolo d'una Esistenza superiore discesa nel mondo materiale, ed è proprio in questa Materia che l'inferiore può trasfigurarsi ed assumere la natura superiore e il superiore rivelarsi nelle forme inferiori". Pag.16

In questo passo Sri Aurobindo spiega con chiarezza qual è la vera natura dell'essere umano ed anche la sua Forza perché è proprio la sua natura spirituale a consentire il viaggio di Ascesa verso una coscienza più vasta e di Discesa che conduce a spiritualizzare la materia.


3) "...Se il corpo è lo strumento previsto (dal Divino) per adempiere la vera legge della nostra natura, risulta che ogni avversione definitiva per la vita fisica è necessariamente un'avversione verso la totalità della Saggezza divina....Perciò una dottrina yoga che non vuol riconoscere il corpo o che fa del suo annientamento o del suo rigetto la condizione indispensabile di una perfetta spiritualità non è e non può essere uno yoga integrale". Pag.18

"Nell'uomo invece la vita corporea è una base, non un punto d'arrivo, la sua condizione prima, non la sua ultima determinazione". Pag 19

Partire dal corpo ovviamente non significa fare esercizi meccanici, ma portare la propria consapevolezza nel corpo, risvegliarsi ad un sentire più profondo, prendere contatto con esso con le numerose pratiche che sono a nostra disposizione. Ogni esercizio, ogni movimento, ogni sensazione è occasione per sviluppare un ascolto attento, intimo, accurato. Dall'hatha yoga, alla bioenergetica, alle lunghe passeggiate si può trarre una vera esperienza di presenza, se questi metodi sono usati come supporto di una concentrazione attiva, attenta e lucida e sono vissuti con una sacralità che li pervade.


4) LE TRE TAPPE DELLA NATURA



"Tre sono le grandi tappe della Natura: una vita corporea che è la base della nostra esistenza in questo mondo materiale, una vita mentale alla quale emergiamo ed attraverso la quale eleviamo la vita del corpo verso un fine superiore (...) ed un'esistenza divina, traguardo ultimo della vita corporea e mentale che ritorna ad esse per liberarle e condurle verso più alte possibilità".

"Come la vita mentale non sopprime la vita corporea, ma opera per la sua elevazione ed il suo miglior impiego, altrettanto la vita spirituale non dovrebbe annullare ma trasfigurare le nostre attività intellettuali, emotive, estetiche e vitali". Pag. 25

"La mente ritrova effettivamente in pieno la sua forza e la sua misura solo quando si getta nella vita e ne accetta le possibilità e le resistenze quali mezzi per raggiungere una più alta perfezione". Pag. 30

Bisogna dunque in questo yoga portare la luce sia nella mente che nel corpo. La mente diventa però anch'essa uno strumento di elevazione, come una specie di catalizzatore, per cui è importante conoscerla, anche nei suoi aspetti emozionali, e riuscire a trasformarla, dopo esserci disidentificati da essa. La mente ha vari livelli oltre a quello prettamente cognitivo-razionale; la mente intuitiva è uno di essi e può venirci in aiuto. La mente è anche intelletto e può funzionare a livello sistemico, comprendendo i nessi e le relazioni tra le cose, cogliendo il senso dell'interezza.


5) "Il Sé è in tutte le cose, tutte le cose sono contenute nel Sé e tutte le cose sono il divenire del Sé. Questa formula vedantina è la chiave di questo yoga più ricco ed onnicomprensivo". Pag. 31

In questa formula sono conciliati essere e divenire, trascendenza ed immanenza, materia e spirito.


6) "(...) bisogna riconoscere che l'individuo non esiste per sé solo, ma altresì per la collettività, e che la perfezione e la liberazione dell'individuo non è la sola intenzione di Dio nel mondo. Il libero impiego della nostra libertà comprende anche la liberazione degli altri e quella dell'umanità".

"Cominceremo così ad intuire lo scopo completo della nostra sintesi dello yoga".

"Lo Spirito è la vetta dell'esistenza universale; la Materia la sua base; la Mente il legame che li unisce. Lo Spirito rappresenta tutto ciò che è eterno, la Mente e la Materia sono le sue attività. Lo Spirito è tutto ciò che è celato e che deve essere rivelato, la mente ed il corpo sono i mezzi con i quali tenta di rivelarsi" . Pag. 33

Il Purna Yoga contiene questo principio che costituisce un caposaldo della Via: ogni sadhaka (ricercatore) compie ogni sforzo ed ogni acquisizione non soltanto per se stesso, ma per aiutare tutta la coscienza umana a progredire e ancor di più per il Divino, consentendoGli di manifestarsi nella Materia e nel Vivente. In sintesi ogni sadhaka è un catalizzatore, un ponte, tra il divino e la Vita in ogni sua forma, non solo umana.


7) I TRE ELEMENTI CHE CONSENTONO LO YOGA INTEGRALE



"In pratica tre elementi sono necessari affinché lo yoga possa esistere; ci vogliono, per così dire, tre parti consenzienti allo sforzo: DIO, LA NATURA E L'ANIMA UMANA, o in termini più astratti, il TRASCENDENTE, l'UNIVERSALE e l'INDIVIDUALE. Se l'individuo e la Natura sono abbandonati a se stessi, l'uno resta incatenato all'altra e rimane incapace di superare in misura apprezzabile il flusso trascinante della Natura. È necessario qualcosa di trascendente., libero dalla Natura e più grande di essa, traendoci verso l'alto e inducendo spontaneamente o meno l'individuo all'ascesa. Pag. 35

"Non può esserci yoga della conoscenza senza un ricercatore umano della conoscenza, un supremo soggetto di conoscenza (...): nemmeno può aversi uno yoga della devozione senza l'amante umano di Dio,; non può esistere lo yoga delle opere senza un operatore umano, una Volontà suprema (...) ed un divino impiego individuale delle facoltà universali di potere e d'azione".

"Siamo costretti in pratica ad ammettere questa onnipresente trinità". Pag.36

Nella visione di Sri Aurobindo sono contenuti quindi questi tre principi che, pur inclusi nel principio di UNITÀ, sono compresenti in essa. Ma soprattutto è importante sottolineare come sia affermato il principio di individualità, come principio sostanziale, che ovviamente non ha nulla a che fare con la nostra personalità umana, ma con il jvatman, la matrice spirituale che anima ognuno di noi con differenti forme di sviluppo. Non viene negato il tutto è uno, ma, ma viene ampliato. Dice infatti Sri Aurobindo: "L'essenza dello yoga è il contatto della coscienza umana individuale con la coscienza divina". Pag 36


8) "Lo hatha yoga sceglie il corpo e le funzioni vitali come strumenti di perfezione e di realizzazione. Il Raja yoga sceglie come leva l'essere mentale e le sue differenti parti; si concentra sul corpo sottile. La triplice via delle Opere, dell'Amore e della Conoscenza prende come punto di partenza (...) la volontà, il cuore e l'intelletto (...)". Pag. 36

"Il metodo consiste nello stabilire una relazione diretta fra il purusha umano nel corpo individuale e il purusha divino che dimora in ogni corpo, ma che trascende tutte le forme e tutti i nomi". Pag. 37

A questo punto ritengo necessario fare un salto in avanti, riportando una definizione di purusha che Sri Aurobindo fa nelle Lettere sullo Yoga (volume IV) perché questo principio è il fulcro del Purna Yoga): "L'essere psichico, in sanscrito, può essere descritto come il Purusha (...) nel cuore o Chaitya Purusha, ma si deve intendere il cuore interiore o segreto, hrdaye guhayam, non il centro esteriore vitale emotivo. (...) E' l'essere psichico ad uscire dal corpo al momento della morte ed a persistere, il che pure corrisponde al nostro insegnamento secondo il quale è questo essere psichico ad uscire e a tornare, mantenendo un legame tra la nuova vita e quella precedente. (...) Il purusha nel cuore viene descritto da qualche parte come l'Ishwara (il Signore) della natura individuale. (...)" Pag

"La presenza dell'essere psichico fa sì che l'individuo possa aprirsi al Divino e crescere verso la Coscienza divina, agendo sempre nel senso della Luce e della Verità, (...), operando su ciascun livello così da aiutare ogni piano a risvegliarsi alla verità ed alla Realtà divina (...)" Pag

Avendo letto attentamente questi passaggi, si comincia a delineare qualche linea di orientamento per dar forma alla nostra sadhana: il sadhaka nel suo percorso deve inserire tutti questi aspetti nel suo progetto spirituale (corpo, mente, intelletto, amore ed opere) e purificarli e trasformarli all'insegna del Divino, adoperando tutti gli strumenti e le pratiche che ritiene capaci di agire su di essi. Ogni aspetto di se stessi fa parte del percorso. TUTTA LA VITA È YOGA. Ma voglio essere più specifico seguendo gli insegnamenti di Sri Aurobindo.


9) “Il Rajayoga vola a maggiori altezze. Cerca la liberazione e la perfezione dell’essere mentale, anziché quella dell’essere corporeo. Pag. 38

Il movimento preliminare del Rajayoga consiste in un’attenta disciplina di se stesso che sostituisce buone abitudini mentali ai movimenti anarchici di cui si compiace l’essere nervoso inferiore. Con la pratica della verità, la rinuncia a qualsiasi pratica egoistica, l’astensione dal fare del male agli altri, la purezza, la meditazione costante e la sottomissione al divino Purusha (…) uno stato di purezza chiara e serena si stabilisce nella mente e nel cuore”.

“Il (seguente) passo dovrà completamente placare le abituali attività della mente e dei sensi, affinché l’anima possa elevarsi liberamente a stati di coscienza superiori.

“Ma il Rajayoga non dimentica che le incapacità della mente ordinaria provengono in gran parte dalla sua subordinazione alle reazioni del sistema nervoso e del corpo. Prende quindi dallo Hathayoga i suoi metodi, asana e pranayama, ma ne riduce le numerose e complicate forme ogni volta ad un solo procedimento, il più semplice e il più immediatamente efficace, sufficiente al suo scopo immediato”

(Col Rajayoga) si acquista la capacità di concentrare (…) la coscienza sul suo oggetto…” Pag. 39

“Senonché la debolezza di questo sistema proviene dal fatto che dipende in troppo larga misura dagli stati anormali della trance. Questa limitazione conduce ad un certo allontanamento dalla vita fisica che è la nostra base (…) Il nostro obiettivo invece è quello di rendere la vita spirituale e le sue esperienze pienamente attive e pienamente utilizzabili allo stato di veglia, attraverso l’uso normale delle nostre facoltà”. Pag 40

In questi brani che ho riportato Sri Aurobindo ci fornisce delle indicazioni molto chiare, sia sulle pratiche da fare, sia sull’atteggiamento con cui eseguirle, sia su ciò che deve essere evitato. Il sadhaka ancora una volta viene invitato ad estrapolare dall’Hathayoga e dal Rajayoga le pratiche che sono utili a perseguire una purificazione del corpo e della mente, senza dover prendere interamente ogni tappa della disciplina Yoga che sta utilizzando. Invita a trovare un solo procedimento o comunque di selezionare i procedimenti che sono a lui funzionali e che gli risultano più efficaci. Indica il metodo della concentrazione, della meditazione e delle pratiche di respirazione e mette in guardia da qualsiasi pratica che ci porti lontano della vita che deve essere, invece, nel Purnayoga il campo delle nostre vittorie spirituali e del risveglio della Luce spirituale. Voglio inoltre sottolineare un aspetto che mi pare fondamentale e che vedremo meglio in seguito: l’importanza dell’etica nel Purnayoga quando Sri Aurobindo accenna alla pratica della verità, della purezza e del non nuocere agli altri. Ciò richiama l’Ottuplice Sentiero della via del Buddha. Ma di fatto ciò è evidente perché il fine del Purnayoga è rendere sacra e divina la Vita.


10) “La triplice via della Devozione, della Conoscenza e delle Opere tenta di sviluppare il settore lasciato inesplorato dal Rajayoga (…); essa si attiene all’intelletto, il sentimento, la volontà e cerca di convertire le loro normali operazioni sottraendole alle preoccupazioni, alle attività abituali ed esteriori, per concentrarle sul Divino”.

Un primo difetto della triplice via è “che rimane indifferente davanti alla perfezione mentale e corporea. Inoltre (…) presenta un altro difetto; sceglie ogni volta una delle tre vie parallele, escludendo le altre, e quasi opponendole, invece di armonizzarle integralmente in una sintesi dell’intelletto, del sentimento e della volontà”. Pag. 40

Siamo appena a pagina 40 eppure il sadhaka del Purnayoga gia può rendersi conto di quanti insegnamenti pratici, di quante indicazioni e di quanti consigli Sri Aurobindo fornisca per dar forma ad una Via integrale. Si rende anche conto che c’è una cura da parte di Sri Aurobindo di mettere in evidenza che il “purnayogi” non può e non deve permettersi di trascurare nessun aspetto della sua costituzione umana: corpo, mente, intelletto, cuore, azioni. Inizia a delinearsi il cammino.

Un altro difetto: “Sceglie ogni volta una delle tre vie parallele, escludendo le altre due, e quasi opponendole, invece di armonizzarle integralmente in una sintesi dell’intelletto, del sentimento e della volontà”. Pag. 40

Viene ancora una volta ribadito che il purnayogi non deve escludere nessuna funzione dell’essere umano.


11) “La via della Conoscenza mira alla realizzazione del Sé unico e supremo. Essa cerca il giusto discernimento, viveka, con il metodo della riflessione intellettuale, vichara. Osserva e distingue i diversi elementi del nostro essere apparente o fenomenico e, rifiutando di identificarvisi, arriva ad escluderli quali costituenti di prakriti, cioè la natura fenomenica”.

(…) si ottiene così di scorgere il Sé supremo non solamente nel proprio essere, ma in tutti gli esseri, e si realizzi che anche gli aspetti fenomenici del mondo sono un gioco della Coscienza divina.

Il metodo del discernimento e della disidentificazione concerne anche la Via tradizionale della Vipassana Theravada che consente di sviluppare il Testimone della nostra mente, delle emozioni e delle sensazioni che consente di conoscere e discriminare in maniera molto efficace i numerosi movimenti del nostro ego, di coglierne l’impermanenza, di disidentificarsi da essi e di giungere alla Natura essenziale della Mente.

“Questo metodo può innalzare al livello divino tutti i campi della percezione e dell’intelletto umano, spiritualizzarli e giustificare, in tal modo, le operazioni umane volte alla conoscenza del cosmo” Pag. 41

Non dobbiamo dimenticare mai che il Purnayoga ha come progetto fondamentale quello di rendere sacro ogni aspetto della vita umana, anche i sensi, le percezioni, gli istinti e gli impulsi. Il Sacro deve radicarsi nell’essere umano in ogni sua fibra. Tutta la vita materiale è quindi inclusa.


12) “La via della Devozione cerca la gioia dell’Amore e della Beatitudine supreme e generalmente tende a vedere il Supremo Signore sotto l’aspetto personale, come Amante divino che possiede la gioia dell’universo”.

“Il principio del Bhaktiyoga è l’utilizzazione degli abituali legami della vita umana ove sono in gioco le emozioni, applicando queste ultime non più a fugaci legami umani mondani, ma al possesso gioioso di colui che è Tutto-Amore, Tutto-Bellezza, Tutto-Beatitudine”. Pag. 41

“Anche questa via, così come viene praticata comunemente, conduce all’allontanamento dell’esistenza dal mondo…”

“Questo yoga (il Purnayoga) fornisce già da sé un primo correttivo in quanto non limita il gioco dell’Amore divino alla relazione tra l’Anima suprema e l’anima individuale, ma lo estende ad un sentimento comune e ad una mutua adorazione fra i baktiyogi stessi (…) Fornisce un correttivo più generale con la realizzazione del divino Oggetto d’amore in tutti gli esseri, non solamente umani, ma animali e di ogni altra natura”. Pag. 42

Questo passo è particolarmente importante perché consente di includere nella nostra Via l’amore per un altro essere umano, cogliendone il Sacro. Non è una via ascetica, di rinuncia al mondo. Anzi il purnayogi resta immerso nella natura, nelle relazioni, nei sentimenti, ma lavora per renderli sempre più sublimi.


13) “La via delle Opere (Karmayoga) tende alla consacrazione di tutte le attività umane alla Volontà suprema. Essa comincia con la rinuncia ad ogni motivo egoistico nelle nostre opere, ad ogni azione eseguita con fine interessato e per un risultato mondano”.

“La scelta e la direzione dell’atto da compiersi vengono così sempre più consapevolmente lasciati alla Volontà suprema e a questa Energia universale. Pag. 42

Ogni azione viene offerta al Divino senza alcun attaccamento ai suoi frutti; ma proprio così i frutti verranno in abbondanza e con Gratitudine sono accolti dal purnayogi.

Il testo sacro di questa Via è la Bhagavad Gita, indispensabile insegnamento per ogni sadhaka.



14) Le pagine che seguono sono un fulcro per il sadhaka del Purnayoga perché indicano con chiarezza la direzione da prendere, l’atteggiamento interiore da assumere, ed anche il senso del metodo a cui ogni sadhaka gradualmente dà forma. Qui si comprende perché non esiste una via codificata del Purnayoga, ma esiste una sadhana che invece va formandosi in ogni sadhaka, secondo le sue attitudini, le sue possibilità, i suoi talenti. Ecco perché il Purnayoga non è adatto a tutti; esso presuppone Fede, Aspirazione, Coraggio, Determinazione e Intelligenza creativa. Non c’è un Maestro che possa insegnarlo come avviene per altre Vie spirituali. Si possono incontrare per strada altri purnayogi con maggiore esperienza che possono offrire alcune chiavi e insegnanti di altre discipline da cui attingere ciò che per ognuno è funzionale alla sua sadhana.

Sri Aurobindo fa questa prima precisazione: “Una sintesi di tutte queste scuole (di Yoga), concepita ed applicata con ampiezza, potrebbe condurre ad uno yoga integrale (…) ma una combinazione in blocco, senza distinzione, non sarebbe una sintesi ma una confusione. Praticare i vari sistemi uno dietro l’altro non sarebbe nemmeno facile, data la brevità della vita umana”. Pag. 43


15) “Ciò detto, la sintesi che ci proponiamo non può essere ottenuta con delle pratiche successive, né con una combinazione d’insieme. Per arrivarvi bisogna trascurare le forme esteriori delle discipline yogiche ed ATTENERSI AI PRINCIPI ESSENZIALI CHE SONO COMUNI A TUTTE E CHE NE INCLUDONO I PRINCIPI PARTICOLARI, UTILIZZANDOLI AL PUNTO GIUSTO E IN GIUSTA PROPORZIONE". Pag. 44

I principi universali comuni a tutte le vie yogiche gravitano intorno al collegamento col Divino, tramite l’intento e l’aspirazione che nasce dalla matrice divina individuale (essere psichico, jivatman). I principi particolari riguardano le varie funzioni e aspetti dell’essere umano, quali il corpo nell’hathayoga, la mente nel rajayoga, la conoscenza nel jnanayoga, la devozione nel baktiyoga, l’azione nel karmayoga.

Dobbiamo però ricordare l’essenza che qualifica il Purnayoga: Ci sono due movimenti sempre correlati, l’ascesi del Jiva (anima individuale) verso il Divino (Brahman) e la risposta del Divino tramite la discesa della Coscienza supermentale o Coscienza di Verità.


16) “In India esiste altresì un notevole sistema yoga, sintetico per natura, che parte da un grande principio centrale della Natura (…) Questo sistema è la via Tantrica. Per colpa di certe deviazioni il sistema tantra è caduto in discredito (…) soprattutto dopo lo sviluppo del sentiero della mano sinistra (…) che sembra aver fatto della licenza un metodo e dell’immoralità sociale, senza restrizioni, un metodo. Ciò nonostante il Tantra fu un grande e potente sistema fondato su idee che erano, almeno in parte, vere. Pag. 44

“Se tuttavia, anche in questo caso, lasciamo da parte i metodi così come vengono praticati, per ricercarne il principio centrale, si vede subito che il tantra si differenzia in modo deciso dai metodi vedici dello yoga. In un certo senso tutte le scuole di cui abbiamo parlato sono vedantine nei loro principi – la loro forza risiede nella conoscenza, anche se non sempre di ciò si avvede l’intelletto, ma piuttosto la conoscenza del cuore esprimentesi attraverso l’amore e la fede o la volonà che si manifesta con l’azione”.

“Per tutte queste scuole il signore dello yoga è il Purusha, l’anima cosciente che sa, osserva, ama, governa; mentre nel Tantra è Prakriti, l’anima della Natura, l’energia, la Volontà-che-ha-il-Potere, la realizzatrice universale”.

“La concezione centrale del Tantra ci offre un aspetto della verità: il culto dell’Energia o Shakti, la sola forza effettiva di ogni adempimento”.

“Per una concezione integrale, l’Anima cosciente è il Signore; l’Anima della Natura è l’Energia esecutrice”.

Cercherò adesso di tradurre in un linguaggio infantile questi passi così fondamentali collegandoli alla nostra dimensione umana. Per fare ciò vi ricordo che ogni essere umano è un microcosmo e certi principi universali sono contenuti in esso.

L’Uomo è coscienza incarnata in una forma fisica. Esso è quindi un insieme di coscienza individuale, il purusha, e una forma energetica, la prakriti. La prakriti nell’essere umano rappresenta tutti i suoi aspetti energetici, il corpo fisico, cellulare e il corpo eterico o energia vitale. Il purusha nell’uomo Sri Aurobindo lo chiama Essere psichico ed è la scintilla divina, il fulcro divino dell’anima individuale. Dobbiamo quindi sapere che non tutte le anime sviluppano un principio divino; in molte questo principio resta potenziale. Ciò che comunemente chiamiamo anima è l’insieme del corpo astrale e di quello mentale che a loro volta si collegano al corpo fisico tramite il corpo eterico (corpo energetico, corpo pranico, energia vitale).

Quindi abbiamo questa successione: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, corpo mentale e scintilla spirituale (Essere psichico). Ripeto: l’essere psichico non è sviluppato in tutti, ma ci sono diversi gradi di sviluppo negli esseri umani. In alcuni può essere, diciamo, dormiente ed in altri pienamente sviluppato.

Chi intraprende una via spirituale ovviamente ha in sé una spinta che nasce da un Essere psichico cosciente, anche se non completamente sviluppato, che diventa il maestro del suo yoga.

L’Essere psichico ha sede nel cuore segreto, il cuore profondo. L'Essere psichico del sadhaka invia i suoi segnali sotto forma di spinta spirituale (anelito), ma ancora il sadhaka non ne è consapevole. Gran parte di sé si identifica ancora con il suo ego, ovvero con la sua personalità umana, pur sentendo la voce dello Psichico. Il vero ribaltamento avviene quando il centro d'identità del sadhaka si sposta dall'ego all'Essere psichico. Sempre usando un linguaggio per bambini: Io spirito, attraverso la mia anima, agisco sul corpo. So che ogni "saggio" storcerà il naso a queste mie parole, ma a me interessa parlare ad ogni neofita.



17) Adesso lascio parlare Sri Aurobindo:

L'essere psichico è del tutto diverso dalla mente o dal vitale; sta dietro, dove essi si incontrano nel cuore. E' quella la sua sede centrale, ma è dietro il cuore, non al suo interno; quello che gli uomini chiamano comunemente il cuore, è in realtà la sede delle emozioni, e le emozioni umane sono impulsi mentali-vitali che, di solito, non sono di natura psichica. Questo potere dietro, per lo più segreto, molto diverso dalla forza mentale e vitale, è l'anima vera, l'essere psichico in noi. Il potere dello psichico, comunque, può agire sulla mente, sul vitale e sul corpo, purificando il pensiero, la percezione, l'emozione (che diventa allora un sentimento psichico), la sensazione e l'azione ed ogni altra cosa in noi, preparandoli a divenire dei movimenti divini". (Lettere sullo yoga, volume IV)

"Nella manifestazione inferiore questa particella eterna del Divino si manifesta come anima - scintilla del Fuoco divino - che serve d'appoggio alla evoluzione individuale e sostiene l'essere mentale, vitale e fisico".

"Nel nostro Yoga, l'espressione "essere centrale" serve generalmente ed indicare la parte del Divino nell'uomo, che sostiene tutto il resto e che sopravvive attraverso la morte e la nascita. Questo essere centrale ha due forme: in alto è il Jîvâtman, il nostro vero essere, di cui diveniamo coscienti quando sopravviene la conoscenza del sé superiore, in basso è l'essere psichico, che si tiene dietro la mente, il corpo e la vita. Il Jîvâtman è al di sopra della manifestazione e presiede ad essa; l'essere psichico è presente dietro questa manifestazione e la sostiene. (...)".

"(...) Il Jîvâtman, nella sua essenza, non cambia né evolve; la sua essenza resta al di sopra dell'evoluzione personale. Nell'evoluzione, egli è rappresentato dall'essere psichico, che si sviluppa e sostiene il resto della natura. (...)".

"L'atteggiamento naturale dell'essere psichico è quello di sentirsi Figlio di Dio, particella del Divino, uno con Lui nell'essenza, anche se diverso nella dinamica della manifestazione e nell'identità. Il Jîvâtman, al contrario, vive nell'essenza e può fondersi in identità con il Divino; (...)".

Mi sto soffermando volutamente su questo tema perché è inconcepibile pensare di voler intraprendere la Via del Purnayoga se non si comprende che è l'Essere psichico il fulcro della sadhana e che quindi è indispensabile aprirsi al contatto con Esso tramite il Cuore.

Condenso la direzione da intraprendere: tramite un Intento inflessibile, sorretto da una profonda Aspirazione del Cuore, percorro la via della Trasformazione integrale su ogni aspetto che riguarda la mia natura umana.


18) Ovviamente la Via del Purnayoga comporta uno sforzo cosciente e una volontà sincera (Tapas). "Nell'uomo questi termini si traducono in Volontà e Fede". Dice la Gita: "L'uomo diverrà quello che la sua Fede o l'Idea in lui fermamente fissata gli suggerirà".

"Tutte le cose sono nella Natura e tutte le cose sono in Dio. Ma ai fini pratici la distinzione è vera. La natura inferiore, quella che conosciamo e che siamo e nella quale dobbiamo rimanere, finche la Fede non ci trasformi, procede per limitazione e divisione; essa è in se stessa l'ignoranza e culmina nella vita dell'ego. La Natura superiore, quella natura a cui aspiriamo, procede per unificazione e superamento delle limitazioni; è la Conoscenza in sé e culmina nella Vita divina. Il passaggio dal piano inferiore al superiore è lo scopo dello yoga; esso può effettuarsi staccandosi dall'nferiore e trasvolando nel superiore - e questo è il punto di vista comune - o mediante la trasformazione della Natura inferiore e la sua elevazione a Natura superiore. È questo il punto di arrivo dello yoga integrale". Pag. 46

"Se il nostro scopo fosse quello di sfuggire al mondo per andare verso Dio, una sintesi non sarebbe necessaria(...) In tal caso basterebbe scoprire una strada, una sola tra le migliaia che esistono per condurre fino a Dio (...) Ma se il nostro fine è quello di trasformare integralmente il nostro essere (umano) secondo un'esistenza divina, allora una sintesi diviene necessaria".

"Il metodo da seguire consiste quindi nel mettere tutto il nostro essere cosciente in relazione ed in contatto col Divino ed invocare il Divino affinché trasformi l'intero nostro essere nel Suo essere, e far sì che Dio stesso, la Persona reale in noi (Essere psichico, matrice divina) divenga in un certo senso il sadhaka della sadhana". Pag. 47

In parole più semplici è la nostra scintilla divina a prendere in mano il nostro cammino.


LE TRE TAPPE DEL PURNA YOGA

19) "Occorrono una fede enorme, un coraggio risoluto e una pazienza a tutta prova.

È uno yoga che comprende tre tappe di cui solamente la terza può essere pienamente beatificata e risolutiva:

1) la prima è uno sforzo dell'ego per raggiungere il suo contatto col Divino;

2) succede poi un vasto periodo di preparazione lungo ed esauriente, e perciò anche faticoso, di tutta la nostra Natura inferiore abbandonata all'azione divina e volta a ricevere e divenire la Natura superiore;

3) infine ha luogo la palingenesi. In realtà è la Forza divina che, inosservata e dietro il velo, si sostituisce alle nostre debolezze e ci sostiene attraverso le cadute della nostra fede, della nostra mancanza di coraggio e di pazienza". Pag. 47



20) ATTENZIONE A QUESTO PASSAGGIO PERCHÈ È CARDINALE PER CREARE UN METODO PERSONALE.

"Tre rilevanti particolarità caratterizzano l'azione della Natura superiore quando opera integralmente nella Natura inferiore:

1) In primo luogo essa non opera secondo uno schema fisso ed un ordine prestabilito come fanno i metodi specializzati di yoga; la sua azione è libera, in un certo senso diffusa e, malgrado ciò, intensa e risoluta secondo il temperamento dell'individuo nel quale agisce (...) e secondo gli ostacoli che questi oppone e che la Natura presenta per purificarli e perfezionarli. Perciò, in un certo senso, ad ogni uomo pertiene in questo cammino il proprio metodo yoga. Le direttive generali sono tuttavia comuni a tutti e sono linee o modi che possono permetterci di costruire, non certamente un sistema dogmatico e abitudinario, ma una sorta di shastra (manuale sacro) o sintesi scientifica di metodo yoga".

2) "D'altra parte, costituendo un metodo integrale, esso accetta la nostra natura così come la nostra passata evoluzione l'ha organizzata (...) Tutto in noi viene assunto scoprendo che tutto (nella nostra manifestazione inferiore) per quanto attualmente sfigurato, meschino e vile, è l'immagine, più o meno pervertita o resa imperfetta, di un elemento o di un'attività che ha il suo senso nell'armonia della Natura divina".

3) "È infine il Potere divino che impiega la vita come mezzo dello yoga integrale. Ogni esperienza, ogni contatto col mondo esteriore che ci circonda, per quanto insignificanti e disastrosi possano apparire, servono segretamente all'Opera; ed ogni esperienza interiore, compresa la più ripugnante sofferenza o la caduta più umiliante, diviene una tappa sulla via delle perfezione" Pag. 48


21) "Ma l'integralità alla quale aspiriamo non sarebbe reale e nemmeno possibile se si limitasse all'individuo. Siccome la perfezione divina abbraccia la realizzazione dell'essere, nella vita e nell'amore, negli altri come in noi, l'estensione agli altri della nostra libertà e delle sue conseguenze diverrà l'inevitabile corollario e il più vasto bene della nostra liberazione e perfezione. Essa tenderà naturalmente ad amplificarsi, fino ad estendersi, da ultimo, a tutta l'umanità". Pag. 50

Più volte nelle sue opere Sri Aurobindo sottolinea che il Purnayoga non è mai un cammino solo per se stessi, ma per tutta l'umanità.





LO YOGA DELLE OPERE DIVINE


I QUATTRO AUSILIARI:


IL PRIMO AUSILIARIO

22) "Il primo è la conoscenza della verità, dei principi, dei poteri e dei procedimenti che governano la realizzazione". Pag. 53

Il sadhaka del Purnayoga si impegna a conoscere i testi sapienziali, i loro insegnamenti e le pratiche che essi offrono. La via della conoscenza non si può improvvisare sulla base di qualche superficiale insegnamento. La spiritualità non prevede spontaneismo, ma richiede impegno, intento e consapevolezza.

"Il shastra (insegnamento) supremo dello yoga integrale è l'eterno Veda (eterna conoscenza) segretamente custodito nel cuore di ogni essere vivente e pensante".

Nell'intimo di ogni essere umano, nella sua Matrice divina, è nascosta e contenuta la GNOSI, la vera conoscenza.

"Chi sceglie l'Infinito è stato scelto dall'Infinito. Ha ricevuto l'impulso divino senza il quale non esiste possibilità di risveglio né di apertura spirituale; ma una volta ricevuta la divina chiamata, l'adempimento è sicuro, sia che avvenga per virtù di una rapida conquista in una sola vita umana o con una paziente ricerca attraverso i numeroso stadi del ciclo delle esistenze nell'universo manifesto". Pag 54

"L'intermediario abituale della rivelazione è il Verbo, la parola udita. Il Verbo può venire a noi dall'interno dell'essere o dal di fuori. Ma in entrambi i casi aiuta solamente a rendere attiva la conoscenza nascosta (...) In realtà sono tanto grandi quanto rari coloro che non hanno bisogno di seguire la guida del libro scritto o del maestro vivente, bastando loro la conoscenza interiore".

"Il Verbo può essere una parola venuta dal passato o quella più potente di un maestro vivente. In certi casi il Verbo è in certo modo un pretesto affinché il potere interno si si svegli e si manifesti". Pag. 54

Dentro di noi c'è la Conoscenza, ma spesso è necessario che ci sia una guida che ci aiuti a farla emergere. Il maestro e l'insegnate non si sostituiscono alla responsabilità dell'allievo. Questo concetto deve essere ben chiaro. In ogni momento della nostra vita dovremmo avere l'umiltà di riconoscere che possiamo confrontarci con qualcuno che abbia più esperienza e competenza. Poi ovviamente la parola finale sta al nostro giudizio. Ma in questo periodo vige una specie di cultura spirituale narcisista, adombrata dal concetto distorto del maestro interiore secondo cui ognuno, senza nessuna vera e duratura sadhana abbia accesso alla conoscenza; spesso invece il maestro interiore è una voce mentale che traduce gli impulsi dell'ego.


23) Leggete attentamente questo passo di Sri Aurobindo che è un ulteriore punto nodale del Purnayoga:

"Il sadhaka dello yoga integrale deve ricordarsi che tutti gli shastra scritti (testi sacri), per quanto grande possa essere la loro autorità e largo il loro spirito, costituiscono solo l'espressione parziale dell'eterna Conoscenza. Si servirà perciò della scrittura, ma non dovrà mai legarsi ad essa, qualunque ne sia la grandezza". Pag. 55

Questo brano non vuole negare il valore degli insegnamenti del passato, che in vari momenti della sadhana possono essere una guida ed un aiuto al risveglio, ma ribadiscono di non legarsi al dogmatismo e restare liberi nella coscienza, sviluppando anche altre forme originali di conoscenza che la stessa sadhana personale può fare mergere.

"Più di ogni altro lo yoga integrale, la sintesi dello yoga, deve non essere legata a nessuno shastra, scritto o tradizionale perché, pur abbracciando la conoscenza tradizionale del passato, cerca di riorganizzarla per il presente e per l'avvenire. Una libertà assoluta di esperienze e di nuove formulazioni della conoscenza secondo combinazioni e termini nuovi è la condizione della sua formazione. Poiché tende ad abbracciare la vita nel suo insieme, la sua situazione non è quella del pellegrino che segue la grande strada verso la sua destinazione, bensì di un pioniere che apre un varco nella foresta vergine.

"Da lunghissimo tempo lo yoga si è allontanato dalla vita e gli antichi sistemi che tentarono di abbracciare la vita, come quelli dei nostri antenati vedici, sono ormai troppo lontani da noi; il loro linguaggio non ci è più accessibile e le loro formule non sono più applicabili. Da quell'epoca in poi l'umanità ha percorso molta strada sulla corrente eterna del tempo e, quantunque il problema resti lo stesso, il modo di trattarlo deve essere necessariamente nuovo". Pag. 56


IL SECONDO AUSILIARIO:

24) "Il secondo è un lavoro paziente e perseverante rappresentato dall'intensità dello sforzo personale secondo le linee tracciate dalla conoscenza".

"Lo sviluppo dell'esperienza, la sua rapidità, la sua ampiezza e la potenza dei risultati dipendono in massima parte, all'inizio del percorso e per lungo tratto dall'aspirazione e dallo sforzo del sadhaka". Pag. 53

Lo sforzo personale è quindi un atteggiamento necessario, insieme alla volontà, all'impegno e all'intento, al contrario di ciò che in una certa pseudospiritualità annacquata viene proposto. Il Purnayoga è una via da guerrieri, e per sfatare chi pensa che questa sia soltanto un mio pensiero personale, citerò due brani di Sri Aurobindo: "Senza eroismo l'uomo non può crescere nella natura divina. Coraggio, energia e forza sono tra i principi essenziali della natura divina in azione".

"La pazienza, una calma sopportazione, una calma determinazione di arrivare fino in fondo e trionfare, queste sono le qualità che ora esigiamo da voi, ossia quelle virtù meno spettacolari, ma più solide del guerriero".

Aggiungo le parole di Mère: "Per seguire Sri Aurobindo nella grande avventura del suo yoga integrale è sempre stato necessario essere dei guerrieri; ora che fisicamente ci ha lasciato bisogna essere degli eroi".

Anche George Van Vrekhem, che ha scritto un libro fondamentale sullo Yoga Integrale, "Oltre la Specie Umana", dice: "Lo yoga integrale non è un sentiero per chi possegga una mente o una costituzione fragile; è uno yoga che richiede il temperamento del guerriero eroico".


25) Riprendiamo adesso a seguire in ordine il volume primo de La Sintesi dello Yoga:

"Perciò l'elemento primo e determinante della siddhi (del potere spirituale) è l'intensità del rinnovamento, la forza che inclina l'anima al rinnovamento. La potenza di aspirazione del cuore, la forza di volontà, la concentrazione della mente, la perseveranza, la determinazione dell'energia messa in opera, costituiscono tutti insieme la misura di questa intensità". Pag. 57

"Finché il contatto col Divino non è stabilito in certo grado, finché non esiste una certa identità e continuità, lo sforzo personale dovrà normalmente prevalere (...) È infatti sempre e soltanto il Potere superiore che agisce (...) L'Illuminazione ci rivela che l'ego è soltanto uno strumento e incominciamo solo allora a comprendere che queste cose sono nostre, non perché appartengono all'ego strumentale, ma al nostro Sé supremo e integrale che è uno col Trascendente". Pag 58

"Il nostro ego che si vanta di essere libero, è ad ogni istante lo schiavo, il trastullo e la marionetta di innumerevoli esseri, di potenze e di influssi della Natura universale". Pag. 59

Desidero evidenziare che, essendo il nostro ego uno strumento, ha una sua ragion d'essere ed una sua funzione. Il sadhaka lo adopera come campo di lavoro e di trasformazione e lo pone al servizio del Sè interiore.


26) "Anche se fin dal principio riconosciamo il Supremo nella nostra mente e nel nostro cuore, vi sono elementi della nostra natura che per molto tempo impediscono a questo riconoscimento di divenire una realizzazione (...) Anche se si ottiene un principio di realizzazione, può diventare assai pericoloso immaginare o presumere troppo presto che siamo interamente nelle mani del Supremo e che agiamo come un suo strumento". Pag. 59

L'insidia di ogni sadhaka è il narcisismo spirituale, ostacolo col quale inevitabilmente dovremo fare i conti in varie fasi del nostro viaggio.


IL TERZO AUSILIARIO

27) "Al terzo posto vengono (...) l'esempio e l'influsso del maestro (guru) (...) e la Guida interiore nascosta in noi"

"La Guida interiore è spesso velata in principio dall'intensità stessa dello sforzo personale ed anche perché l'ego è preoccupato di se stesso e dei propri fini. Man mano che aumenta in noi la chiarezza e il vortice dell'egoismo cede il luogo ad una più serena conoscenza di noi stessi, finiremo per scorgere la luce che aumenta in noi". Pag. 61

In questo yoga “nulla è troppo piccolo per non essere utilizzato, nulla troppo grande per non essere tentato”. Pag. 60

“Cominceremo a comprendere allora il senso delle nostre lotte e dei nostri sforzi, dei nostri successi e delle nostre sconfitte, saremo infine capaci di afferrare la ragione delle nostre prove e delle nostre sofferenze, d’apprezzare l’aiuto che ci è stato dato da tutto ciò che ha opposto resistenza e ci ha feriti, l’utilità delle nostre imperfezioni e delle nostre stesse cadute” Pag. 61


28) "La via più sicura per questo compito integrale è trovare il Maestro segreto che dimora in noi, (il Jiva, l'anima individuale), rimanere costantemente aperti al Potere divino (...) e rimetterci a Lui per condurre a termine la nostra conversione".

"Ma in principio è molto difficile alla coscienza egoista far ciò (...) È difficile perché le nostre abitudini egoiste di pensiero, sensazioni e sentimenti, bloccano i passaggi attraverso i quali potremmo arrivare alla necessaria percezione e anche perché la fede, la sottomissione e il coraggio richiesti su questo sentiero non sono facili ad ottenersi per l'anima velata dall'egoismo (...) Il Divino si serve dell'errore per raggiungere la verità, della sofferenza per arrivare alla beatitudine e dell'imperfezione per arrivare alla perfezione. L'ego non può scorgere dove viene condotto: si ribella alla direzione, perde fiducia e coraggio". Pag. 62


29) "Questa impazienza, questa ignoranza, possono divenire fonte di grandi pericoli e d'un disastro se, ribellandoci alla direzione divina, facciamo appello a qualche forza corruttrice, più soddisfacente per i nostri impulsi ed i nostri desideri, alla quale chiediamo di guidarci, conferendo abusivamente ad essa il divino Nome". Pag. 62

Il narcisismo spirituale può condurci ad inquinare la nostra aspirazione, collegandoci a forze oscure, a finti maestri, a pratiche oscure, nel tentativo di abbreviare il cammino e di conquistare dei poteri, nutrendo il nostro l'orgoglio.


30)

"Il progresso spirituale della maggior parte degli esseri umani esige un sostegno esteriore, un oggetto esterno di fede. L'uomo ha bisogno di una immagine esteriore di Dio o di un rappresentante umano - una incarnazione, un profeta o un guru (maestro)....In certi casi "la natura reclama un intermediario umano onde avvertire il Divino in qualcosa che sia prossimo alla sua umanità e sia percettibile attraverso la sua influenza e il suo esempio umani. A questa necessità si soddisfa con la manifestazione divina sotto forme umane - Cristo, Krishna, Buddha. E se per qualcuno fosse ancora troppo difficile, ecco il Divino presentarsi attraverso un intermediario meno sublime e remoto: il profeta o il maestro". Pag. 63

"(...) il sadhaka dello yoga integrale non rimarrà soddisfatto finché non avrà incluso nelle proprie concezioni tutti gli altri nomi e tutte le altre forme della divinità (...), finché non avrà unito tutti gli Avatar nell'unità di Colui che discende negli Avatar e fuso la verità di tutti gli insegnamenti nell'armonia dell'eterna saggezza". Pag. 64

L'Avatar è un'emanazione diretta del Divino, il maestro è un uomo che ha realizzato in maniera permanente alcuni aspetti del Divino, l'insegnante è un uomo che ha contatto col Divino in maniera parziale, incompleta ed intermittente.

"Il maestro dello yoga integrale seguirà dunque come potrà il metodo del maestro interiore". Cioè seguirà il suo allievo rispettando la sua indole, le sue qualità, le sue tendenze i suoi talenti e predisposizioni. "Condurrà il discepolo secondo la sua natura. L'insegnamento, l'esempio, l'influsso sono i tre strumenti del guru. Ma il saggio istruttore non tenterà d'imporsi o di imporre le sue opinioni all'accettazione passiva di una mente ricettiva. Vi seminerà soltanto ciò che è sicuro e produttivo, come un seme che poi crescerà grazie alle divine cure interiori. Cercherà di svegliare, piuttosto che d'istruire(...) Fornirà un metodo che sarà un aiuto, un mezzo pratico, non una formula imperativa o un'abitudine invariabile". Pag.64

"L'esempio è più potente dell'insegnamento, ma non è l'esempio fornito dall'atto esteriore o dal carattere personale che ha la maggiore importanza. Anche ciò, certo, ma quello che più stimolerà l'aspirazione (del sadhaka) sarà il fatto centrale della realizzazione divina (...) del guru stesso".

"L'influsso è ancora più importante dell'esempio. Esso non è l'autorità esteriore del maestro sul discepolo, ma il potere del contatto, della presenza, della prossimità della sua anima all'anima nella quale infonde, anche in silenzio, ciò che egli stesso è e possiede. Più il maestro è grande, tanto meno deve rappresentare per il discepolo l'istruttore, e tanto più deve essere per lui una Presenza che diffonde...."

Un altro segno del maestro dello yoga integrale è dato dal fatto che non si arrogherà il titolo di guru (...) Il suo compito gli è stato affidato dall'alto; egli non è che un canale, un intermediario, un rappresentante". Pag. 65



IL QUARTO AUSILIARIO:

31) Il quarto ausiliario "è l'opera del tempo, perché tutte le cose hanno il loro ciclo d'azione...."

"L'attitudine ideale del sadhaka di fronte al tempo è una pazienza senza fine, come se per raggiungere la meta avesse davanti. a sé l'eternità; egli dovrà tuttavia mettere in opera ogni energia necessaria in vista di una realizzazione immediata...." Pag 66

In questo brano Sri Aurobindo ci dice che, malgrado dobbiamo avere una pazienza senza nessun cedimento e il senso di un tempo infinito, non dobbiamo cullarci negli allori e mettere un impegno totale ad ogni passo della sadhana. Questo è il principio del karmayoga: agisci con tutto te stesso, senza badare al frutto e senza alcuna prospettiva.


LA CONSACRAZIONE DI SÉ

32) "Per ognuno si modella secondo la natura e le circostanze una sua particolare chiamata. Ma in qualunque modo ciò avvenga, l'evento deve essere seguito da una decisione della mente e della volontà e, conseguentemente, da una consacrazione vera e integrale di se stessi."

Stiamo parlando del dono di sé al Divino, dell'offerta di sé, del 'sia fatta la tua volontà'.

" La semplice idea o la pura ricerca intellettuale del fine superiore, per quanto intenso possa essere l'interesse che suscita nella mente, rimane inefficace se non viene assunta dal cuore, divenendone l'unico desiderio, e dalla volontà quale unico vero fine". Pag. 67

Una volta che la scelta di consacrarsi al Divino viene compiuta, "I piedi sono già sul sentiero, anche se in un primo tempo sembrano errare con incertezza, ed anche se il sentiero non è visto che oscuramente e la conoscenza del punto d'arrivo è imperfetta. Il maestro segreto, la guida interiore è già all'opera, anche se non si manifesta al suo veicolo umano".

"Può essere necessario un lungo periodo di preparazione prima che si arrivi alla consacrazione".

"Possono aversi dei progressi, dei grandi sforzi, ma talvolta (...) o la vita passerà senza mai uscire dagli stadi preparatori, o dopo raggiunto un certo stadio, la mente non spinta da sufficiente forza dinamica (quella del Cuore), s'arresterà soddisfatta al limite dello sforzo di cui è capace. Potrà anche indietreggiare, cioè avere una caduta fuori dal sentiero." pag. 68

"Però anche questo yoga imperfetto non è sprecato, perché nessuno sforzo verso l'alto viene fatto invano. Anche se nel momento fallisce (...) l'avvenire dell'anima è tuttavia deciso".

Quella parte di cammini resta nell'esperienza dell'anima e sarà un impulso per la successiva incarnazione.


33) "Il dono integrale di se stessi è essenziale. il segreto del successo nello yoga integrale risiede nel considerarlo, non come uno degli scopi da perseguire nella vita, ma come la vita stessa". Pag. 69

"La vita è il campo di una divina presenza non ancora pienamente realizzata e qui, in questa vita, in questa terra, in questi nostri corpi (...) occorre togliere il velo alla divinità; è qui che dobbiamo svelarne la grandezza, la luce e la trascendentale dolcezza". Pag. 71


34) “Per l’uomo ordinario che si limita alla superficie del suo essere, ignorante delle sue profondità (…) l’esistenza psicologica è relativamente semplice. Un piccolo ma rumoroso coacervo di desideri, qualche bisogno intellettuale ed estetico, talune preferenza, qualche ideale dominante in una turbinosa corrente di pensieri sconnessi e, nella maggior parte dei casi, volgari, un certo numero di esigenze vitali più o meno imperiose, un alternarsi di stati di salute e di malattie, un seguito disordinato di gioie e di pene, di turbamenti e di vicissitudini rapide e leggere, e di sconvolgimenti e ribellioni della mente e del corpo (…) Questa è l’esistenza umana normale, poiché interiormente l’uomo attuale è altrettanto deludente e rudimentale come lo era esteriormente l’uomo primitivo”.


“Ci accorgiamo allora che di essere composti non di una, ma di molte personalità e che ciascuna di esse ha le proprie esigenze (…) Il nostro essere è un caos nel quale resta ancora da introdurre un ordine divino”. Pag. 72


“La nostra mente è solo una macchina registratrice. Riceve, amplifica e modifica il flusso ininterrotto ed esterno dei più disparati materiali che si riversano su di essa (…) Più della metà dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti non ci appartiene, nel senso che essi prendono già forma fuori di noi (…) Ma la maggioranza proviene (…) da altri piani e dai loro esseri con i loro poteri ed il loro influsso, perché siamo premuti e circondati da altri piani di coscienza, mentali, vitali, sottili. Pag 72-73

Questi brani ci mostrano una verità psicologica ed esistenziale che è descritta in ogni testo sacro, mettendo in evidenza l’illusorietà della nostra identità di facciata e della nostra libertà di scelta. Finché non c’è un inizio di risveglio la nostra vita è meccanica e subisce influssi di cui non ci rendiamo conto.

Ci vuole "l'energica attività del guerriero divino".


35) “La concentrazione, in verità, è la prima condizione di ogni yoga, ma deve essere una concentrazione aperta a tutto ciò che appartiene allo yoga integrale” ovvero deve essere estesa ad ogni aspetto della propria personalità, della nostra azione e della vita intera.

Una più ampia apertura, una concentrazione armoniosa dell’essere, con tutte le sue parti e potenzialità, sull’Uno che è il tutto (…) tale ampia e concentrata totalità è il carattere essenziale della sadhana, ed è questo che deve determinarne la pratica”.

Dobbiamo quindi, non soltanto concentrarci su ogni aspetto di noi stessi per poterlo vedere con chiarezza, ma anche che ogni nostra funzione si orienti verso il Divino. Bisogna concentrarsi sul Divino con il corpo, con le e mozioni e con la mente. Ma per ottenere ciò “deve aggrapparsi a qualche appiglio, a qualche potente leva del complicato meccanismo (…) per dirigerla verso la meta che si propone”.

L’aspirazione e la volontà sono mezzi atti ad ottenere questo risultato, a patto però che siano sostenuti “dalla più profonda anima in lui, l’essere psichico, a sostituire la dominazione della forza vitale e dei sensi, che chiamiamo desiderio”. Il desiderio, sotto l’egida dell’essere psichico, si trasforma in Aspirazione del Cuore.

L’elemento mentale superiore e l’elemento psichico sono i punti d’appoggio della natura umana sui quali il Divino può far leva”. Pag. 75

Ricordiamo che psichico non vuol dire psicologico. L’essere psichico è la scintilla divina che si sviluppa nell’anima che inizia a risvegliarsi. Lo psicologico invece attiene il comportamento umano, la struttura della personalità e fa parte della psicologia.


36) “Il punto di partenza del nostro yoga sarà dunque la concentrazione di un pensiero, di una volontà e di un cuore illuminati e rivolti in perfetta unione verso il grande ed unico scopo della nostra conoscenza, l’unica sorgente luminosa ed infinita della nostra azione, l’unico oggetto imperituro della nostra emozione” : IL DIVINO.

Una concentrazione del pensiero (…) sul contatto e sulla realizzazione dell’Uno divino. (…) Una concentrazione appassionata del cuore sul Tutto e sull’Eterno (…) Una concentrazione forte ed immobile della volontà per la conquista del Divino”.

Questa è la triplice via dello yoga”. Pag. 77

Pensiero, cuore, volontà, sorretti dall’essere psichico, e messi al servizio del Divino. Qui troviamo espressi chiaramente i requisiti del Purnayoga, per cui si tratta adesso di trovare gli strumenti che rendano attiva la nostra sadhana su questi fronti. L’attenzione consapevole, la meditazione, come la vipassana o lo zen, con le sue pratiche di disidentificazione dalle strutture egoiche di mente-cuore, o altre pratiche affini, la Bakti (la devozione), la metta (la benevolenza), la concentrazione sul Cuore segreto, la preghiera, l’invocazione, l’azione volta al Bene (retta azione), la crescita della coscienza del corpo ed altri metodi affini alla nostra indole, come l'hatha yoga o le pratiche bioenergetiche.


37) “Lo yoga sarebbe impossibile, al di fuori di una ristretta cerchia, se la forma intellettuale (…) fosse una condizione indispensabile (…) Tutto ciò che la luce superiore ci chiede, per incominciare il suo lavoro, è un appello dell’anima ed una base di appoggio mentale sufficiente”. Pag. 77

Se nelle profondità dell’essere esiste un’assoluta consacrazione di sé, se c’è un risveglio al richiamo dell’anima (…) il Divino si riconosce nel cuore di chi lo cerca e ne accetta il sacrificio”.

“Il cuore deve possedere un’aspirazione sufficientemente vasta perché la realizzazione risulti senza limiti ristretti". Pag. 78

In diverse parti della sua opera Sri Aurobindo insiste sulla potenza dell'aspirazione del cuore come propulsore del Purna Yoga.


38) Questo passo è particolarmente significativo perché mostra come sia rivoluzionario il Purna Yoga. Il desiderio è sempre stato considerato esclusivamente un ostacolo nella via spirituale, ma con questa nuova ottica possiamo comprendere che all'inizio del percorso possiamo adoperare ogni nostra funzione naturale, ovviamente per trasformarla ed orientarla verso il Divino.

"L'elemento inferiore del desiderio dovrà naturalmente partecipare ad ogni tentativo d'ascesa (...) Questa forza vitale piena di appetiti, quest'anima del desiderio in noi deve essere accettata nei primi tempi della sadhana, solamente per essere trasformata. Pag. 79

"(Il desiderio) non deve più insistere, come la volontà separata fa sempre, sul proprio sogno e sulla propria idea (...) Così educato il desiderio, questo grande tormentatore (...) sarà pronto ad essere trasformato nella sua figura divina. Anche il desiderio e la passione hanno le loro forme divine...."

"L'opera non può essere veramente portata a termine se non quando lo strumento, consacrato e perfezionato, sia divenuto idoneo ad un'azione non egoistica: e ciò potrà veramente avvenire quando saranno aboliti, non l'individuo liberato, ma il desiderio e l'egoismo personali, perché l'abolizione del piccolo ego non sopprime la vera persona spirituale..." Pag 80


DUE PERIODI DELLO YOGA


39) "Finché l'ego opera in noi, la nostra azione personale appartiene (...) agli stadi inferiori dell'esistenza (...) Se una trasformazione spirituale, non una semplice modificazione illuminatrice della nostra natura, deve in qualche modo effettuarsi, occorre il ricorso alla divina Shakti affinché operi il suo meraviglioso influsso sull'individuo, poiché essa sola ne possiede la forza necessaria, saggia, decisa ed infinita (...) È indispensabile un rigetto continuo e sempre ripetuto degli impulsi e delle menzogne della natura inferiore..."

1) "Nei primi moti di preparazione, cioè nel periodo dello sforzo personale, il metodo da seguirsi è la concentrazione di tutto l'essere nel Divino".

2) "Nel secondo stadio dello yoga, nel periodo di transizione dall'azione umana all'azione divina, si produrrà una crescente passività purificata. e vigilante, escludente qualsiasi altro intervento e, come risultato, il crescente afflusso d'una azione cosciente e miracolosa proveniente dall'alto".

"L'ultimo periodo segna la fine di ogni sforzo personale. Non vi sono più metodi prestabiliti né sadhana fissi. Lo sforzo e la tapasya verranno sostituiti dall'aprirsi spontaneo (...) del fiore divino".

"Il secondo stadio comincia parzialmente prima che il primo sia completo (...) L'opera e lo sforzo personale sono sempre guidati da qualcosa di più alto e di più grande dell'individuo stesso".

Pag. 82-83



IL DONO DI SÉ NELLE OPERE – LA VIA DELLA GITA


40) “Il campo del nostro yoga è la vita, non un aldilà lontano, silenzioso, abissale, estatico. Lo scopo centrale deve essere la trasformazione del nostro modo di pensare, di vedere, di sentire e d’essere (…) Il dono di tutta la nostra natura al Divino è il mezzo per raggiungere questo fine supremo”.

“L’uomo, essere mentale, si è rivestito di un corpo materiale al fine di sviluppare in modo notevole la coscienza attraverso il pensiero, la volontà, l’emozione, il desiderio, l’azione e l’esperienza, che lo condurranno alla suprema e divina scoperta del Sé. Tutto il resto è secondario e subordinato o accidentale e superfluo”. Pag. 84

La funzione assegnata al nostro yoga consiste nell’accelerare questo supremo scopo della nostra esistenza nel mondo”. Pag.85


41) “Nella comune esistenza umana, l’azione rivolta verso l’esterno costituisce per lo meno i tre quarti della vita (…) Lo yoga delle opere che permette l’unione col Divino (…) è l’elemento indispensabile…dello yoga integrale (…) La totale conversione implica la consacrazione al Divino delle nostre azioni e dei nostri movimenti esteriori, della nostra mente e del nostro cuore”.

Il senso di essere noi stessi colui che opera deve sparire”. Pag. 86

“La consacrazione delle opere è un elemento necessario (…) oltre alla sottomissione del mentale…”

“Altrettanto è da dirsi per la consacrazione totale del cuore e delle emozioni. Senza questo, anche se riuscissimo a trovare Dio in un’altra vita, non saremmo capaci di realizzare il Divino in questa vita…”

“(…) rimandando le opere al momento finale dello yoga, si produrrà allora lo svantaggio della tendenza a vivere troppo esclusivamente nella vita interiore, rinchiusi ed isolati nelle esperienze soggettive”. Pag. 87

“L’azione integrale dello yoga integrale dovrebbe essere, fin dai primi passi, un moto integrale…” Pag. 88

Sri Aurobindo dice anche che ognuno però, secondo la sua costituzione “deve seguire la sua natura” e se questo cambiamento per alcuni può avvenire soltanto in alcuni aspetti della sua costituzione “lasciando il resto per più tardi, dobbiamo accettare l’imperfezione apparente del procedimento”.


42) “(…) il sistema di Karmayoga più perfetto che l’uomo abbia conosciuto nel passato, si trova nella Baghavad Gita (…) Il principio centrale, il metodo spirituale può essere riassunto nella fusione di due stati di coscienza: l’equanimità e l’unità”.

La rinuncia interiore ad ogni desiderio personale ci apporta l’equanimità, attua la nostra totale sottomissione al Divino e aiuta a liberarci dall’ego che divide e a darci l’unità”.

“Tutto è l’uno e indivisibile, eterno, trascendente e cosmico Brahman che apparentemente si suddivide in innumerevoli cose e creature; solamente in apparenza, perché in verità è sempre uno ed uguale nelle cose e nelle creature, essendo la divisione un fenomeno di superficie. Finché vivremo nell’apparenza ignorante, saremo l’ego e resteremo sottoposti ai modi della natura. Schiavi delle apparenze, vincolati alla dualità, sballottati tra il bene e il male, il peccato e la virtù, la pena e la gioia, il dolore e il piacere (…) seguiremo la ruota di Maya. Avremo nel migliore dei casi la povera e relativa libertà che nella nostra ignoranza chiamiamo libero arbitrio”. Pag. 90

In questo brano è spiegato con chiarezza il tema dell’unità e della molteplicità. Ogni cosa è comunque un’espressione dello stesso Brahman. Si comprende anche il significato autentico di libero arbitrio che si conquista man mano che ci si disidentifica dall’ego e dai suoi movimenti. Questo è spiegato ancor meglio nella seguente affermazione:

La mente, sovrapposta e sottoposta ad un continuo turbinio di forze naturali, si bilancia tra diverse possibilità, si inclina ora da un lato, ora dall’altro, poi si arresta ed ha l’impressione di scegliere; ma non vede e nemmeno è vagamente cosciente della forza che dietro di lei ha determinato la sua scelta”. Pag. 90

“Dietro questa piccola azione strumentale che è la volontà umana, esiste qualcosa di vasto, di potente e d’eterno che sorveglia la tendenza dell’inclinazione e preme sulla curva della volontà. Nella natura c’è una volontà più grande della nostra scelta individuale. In questa verità totale, al di là e dietro di essa, c’è qualcosa che determina i risultati”.

Più il nostro sé individuale coincide col più vasto Sé universale e divino, maggiormente la nostra volontà si allinea alla “divina Volontà (…) La nostra volontà è cosciente mentalmente e ciò che essa conosce lo conosce soltanto attraverso il pensiero; la Volontà divina è sopracosciente in noi perché nella sua essenza è sopramentale e conosce tutto perché è tutto. Il nostro più elevato Sé che possiede e detiene questo potere universale non è il sé dell’ego. Pag. 91


LETTERA A BARIN



43) A questo punto abbiamo fatto insieme un lungo viaggio ed abbiamo molti elementi di comprensione del Purnayoga e del suo metodo. È giunto il momento d’inserire dei brani di una lettera che Sri Aurobindo scrisse a Barin, suo fratello minore, che getta un’ulteriore chiarezza sulle intenzioni di Sri Aurobindo nel proporre la Via dello Yoga integrale e ci mostra come esso si collochi su un’ottava superiore rispetto alla Tradizione precedente:


(7 aprile 1920) "Mio caro Barin. Ho ricevuto la tua lettera, ma fino ad oggi non sono riuscito a risponderti. Anzi è un miracolo che oggi possa star seduto qui a scriverti (…) Parliamo prima di tutto del tuo yoga. Vorresti incaricarne me, ed io non chiedo di meglio, ma questo vuol dire incaricarne Colui che muove entrambi, te e me, apertamente o nascostamente, per mezzo della sua divina Shakti (Energia). Devi perciò sapere che come inevitabile conseguenza dovrai incamminarti per quella particolare strada che Egli mi ha ordinato di seguire e che io chiamo la Via dello Yoga integrale. Il punto da cui sono partito – quello che mi è stato trasmesso da Lelé (il guru tantrico che aveva incontrato nel 1908, tramite il quale realizzò il silenzio mentale ed il Nirvana) – era solo una ricerca della Strada, un giro d’orizzonte, una prima presa di contatto, un punto di partenza: prendere in mano o esaminare con rigore questo o quell’aspetto dei vecchi yoga parziali, sperimentandone a fondo (diciamo così) uno per poi passare a un’altro". "In seguito, una volta arrivato a Pondicherry, questa condizione instabile è finita. Il Guru del mondo che è dentro di noi mi ha dato tutte le istruzioni necessarie al mio cammino (…) Ti scriverò in seguito in che consiste il cammino di questo yoga (…) Per il momento posso dire una cosa sola: il suo principio basilare è di armonizzare e di unificare la completa conoscenza con l’azione completa e con la completa Bakti (adorazione – devozione), innalzandole al di sopra della mente e infondendovi una completa perfezione sul piano sopramentale o Vijnana (Gnosi). Il difetto dei vecchi yoga consisteva nel fatto che, proprio perché possedevano la conoscenza della mente e dello Spirito, l’esperienza dello spirito si accontentavano di farla nella mente. Ma la mente riesce ad afferrare solo ciò che è diviso e parziale: non può assolutamente cogliere l’infinito e l’indivisibile. I mezzi di cui dispone per raggiungere l’infinito sono il Sannyasa (Rinuncia), il Moksha (Liberazione) e il Nirvana; altri non ne possiede. E in effetti chiunque può raggiungere il Moksha senza-forma; ma a che pro? Il Brahman, il Sé, Dio, comunque esistono sempre. Quello che Dio vuole dall’uomo è potersi incarnare quaggiù nell’individuo e nella collettività: realizzare Dio nella vita". "Le antiche strade yoghiche non sono riuscite ad armonizzare lo Spirito con la vita: al contrario hanno rinnegato il mondo, considerandolo Maya (Illusione) o un effimero Gioco. Il risultato è stato la perdita del potere di vita. (…) Alcuni sannyasin baraga (asceti) sono diventati santi perfetti e liberati, alcuni bakta (adoratori di Dio) si sono messi a danzare nell’estasi folle dell’amore e nella dolce emozione dell’Ananda (suprema Gioia); e poi un popolo intero è diventato amorfo, svuotato d’intelligenza, è precipitato nel tamas (inerzia). È questo l’effetto di una vera spiritualità? Certo che no! Anche se dobbiamo innanzitutto arrivare tutte le esperienze parziali sul piano mentale, lasciando che la mente venga inondata e illuminata dalla luce spirituale; dopo di che però bisogna andare oltre (…) Sul piano sopramentale l’ignoranza generatrice della dualità Spirito-Materia e della contrapposizione tra verità dello Spirito e verità della vita scompare. Lì non è più possibile parlare del mondo come Maya (illusione). Il mondo è il Gioco eterno di Dio, la manifestazione eterna del Sé (…) Corpo fisico, vita, mente e comprensione (conoscenza), Sopramentale, Ananda, sono questi i cinque piani dello spirito (…) Una volta raggiunto il Sovramentale è facile innalzarsi fino all’Ananda. Allora si acquisisce la solida base di uno stato di Ananda indivisibile ed infinito non solo nel Parabrahman (Assoluto) fuori dal tempo, ma anche nel corpo, nella vita, nel mondo. L’essere integrale (Sat), la coscienza integrale (Cit), la Gioia integrale (Ananda) sbocciano e prendono forma nella vita. È questa la chiave di volta del mio yoga, il suo principio fondamentale (…) Quando questa siddhi (realizzazione) sarà completa (in me), sono assolutamente certo che attraverso di me Dio farà avere agli altri la siddhi sopramentale con uno sforzo meno grande". "Non sono impaziente di avere successo in questo lavoro. Quello che deve succedere succederà al momento voluto da Dio (…) perché questo lavoro non è mio, è di Dio. Prima è stata la volta del Vedanta: Advaita, Sannyasa, Maya di Shankara, eccetera. Adesso è la volta del dharma vishnuita: Lila, amore, ebbrezza dell’esperienza emotiva. Tutte cose vecchissime, inadatte all’epoca nostra, che non dureranno (…) Ma il merito del bhava (slancio) vishnuita è di mantenere un certo legame tra Dio e il mondo e di dare un senso alla vita (…) La tendenza al formarsi di tante sette, che tu hai notato, era inevitabile. È tipico della natura della mente cogliere una certa parte prendendola per il tutto ed eliminando tutto il resto (…) I discepoli (di queste sette) stanno lì ad intrecciare le loro coroncine. Lasciamoli fare. Le ghirlande si disferanno da sole quando Dio si manifesterà pienamente (…) Lasciamo la forza spirituale agire liberamente sotto qualsiasi forma e in tutte le sette immaginabili. Si tratta dello stadio infantile, embrionale, di un’epoca nuova”. “Io non ho fretta: lascio che ciascuno si sviluppi secondo la propria natura (…) Ogni essere si forma e si sviluppa dall’interno, io non voglio mettermi a costruire nulla dall’esterno (…) Quello che ho in mente è un Sangha basato sullo Spirito (…) ma basta che sull’impresa cada la minima ombra di egoismo perché il Sangha si tramuti in una setta. Può infiltrarsi con la massima naturalezza l’idea che questa o quella organizzazione rappresenti l’unico vero Sangha”. “Mi dirai: ‘Ma che bisogno c’è di un Sangha? L’importante è essere liberi. C’è del vero in questo ma è solo un aspetto della verità. Perché noi non abbiamo a che fare solo con lo Spirito privo di forma: dobbiamo anche governare il moto della vita. E senza una forma non può esserci nessun reale movimento. Se il Senza-Forma ha preso forma (…) non è stato certo per un capriccio di Maya (l’Illusione). Se esiste una forma è perché una forma è indispensabile. Noi non vogliamo escludere dal nostro campo d’azione nessuna attività del mondo. Politica, industria, società, poesia, letteratura, arte: tutte queste attività continueranno ad esistere, ma dobbiamo dare a ciascuna un’anima nuova e una nuova forma (…) All’inizio il Sangha non avrà una forma accentrata; coloro che ne condividono l’ideale saranno uniti, lavorando però in luoghi diversi. Più tardi potranno formare una specie di comunità spirituale e costituire un Sangha unitario”. “Considerare il corpo una carcassa è il segno del Sannyasa, della via del Nirvana. Con questa idea non si può vivere la vita del mondo. Bisogna invece sentire la gioia in tutte le cose, nel corpo come nello Spirito. Il corpo ha una sua coscienza, è la forma di Dio. Quando vedremo Dio in tutto quello che esiste al mondo (…) allora avremo raggiunto la gioia universale. E il flusso di questa gioia si precipita e si espande anche attraverso il corpo. In questo stato, colmo di coscienza spirituale, possiamo anche condurre una vita coniugale e vivere in mezzo al mondo”. “Nessuno è un Dio, ma in ogni uomo c’è un Dio e scopo della vita divina è manifestarLo. È una cosa che possiamo fare tutti, anche se riconosco che esistono adhara (recipienti) grandi e piccoli (…) Una volta che un recipiente, di qualsiasi natura, è stato toccato da Dio, una volta che lo spirito si è svegliato, che sia grande o piccolo non fa molta differenza. Ci potranno essere più difficoltà, ci potrà volere più o meno tempo, ma neanche questo è certo. Il Dio interiore non tiene in nessun conto questi ostacoli e carenze e si apre un passaggio nonostante tutto. Il Sadhaka (l’artefice) di questo yoga non è la nostra forza personale, ma la Shakti (Energia) di Dio”. “Noi facevamo la sadhana dell’Amore, ma quando non c’è né Conoscenza né Shakti, l’Amore non può durare e il suo posto viene preso da piccineria e meschinità. In menti ristrette e piccine non c’è posto per l’Amore (…) ecco perché non voglio più come basi né il fervore emotivo né una qualche ebbrezza mentale. Io voglio che il mio yoga si basi su una vasta e potente equanimità”. “Non ambisco ad avere centinaia di migliaia di discepoli. Mi basterebbe trovare un centinaio di uomini completi, purificati del piccolo egoismo, che siano strumenti di Dio. Non ho nessuna fiducia nel vecchio mestiere di guru. Io non voglio essere un guru”.


TAMAS, RAJAS E SATTVA


44) "Prakriti (la Natura) opera con la conoscenza e la felicità del Purusha, l'Essere che le è associato e che dimora in lei (...) Purusha non esegue; sostiene Prakriti nella sua azione".

L'Essere supremo si esprime e si manifesta attraverso la Natura in tutte le sue forme. Il Purusha è il Divino maschile, la Prakriti è il divino femminile, che opera con l'energia della Shakti.

"Con una completa immersione in Prakriti, l'anima può divenire incosciente o subcosciente, assopita nelle sue forme, come nella terra e nel metallo, o semi-assopita nella vita vegetale. In questa coscienza rimane sottoposta al dominio di tamas, principio, potere e modo qualitativo dell'oscurità e dell'inerzia; rajas e sattva sono presenti, ma sepolti sotto lo spesso strato di tamas".

"Emergendo alla propria natura d'essere cosciente, ma non veramente cosciente a causa dfel dominio ancora troppo potente di tamas nella natura, l'essere si sottomette sempre di più a rajas, principio, potere e modo qualitativo dell'azione e della passione, determinate dal desiderio e dall'istinto. È così che si forma la natura animale, dalla coscienza limitata, dall'intelligenza rudimentale, rajaso-tamasica nelle abitudini e negli impulsi vitali".

"Emergendo sempre più dalla grande incoscienza verso la condizione spirituale, l'essere incarnato libera sattva, il modo di luce, ed acquista una libertà, una padronanza ed una coscienza relativa e con esse un senso (...) di soddisfazione e di felicità interiori. L'uomo, essere mentale in un corpo fisico, dovrebbe possedere questa natura, ma in realtà non l'ha quasi mai, fatta eccezione per un piccolo gruppo di anime incarnate. Generalmente contiene ancora troppo dell'oscura inerzia della terra (tamas) e della vitalità animale (rajas), torbida ed ignorante, per essere un'anima di felicità e di luce o una mente con volontà e coscienza armoniose". (pag. 93)

Queste tre qualità (Guna) sono contenuti nell'essere umano in diverse proporzioni e costituiscono quello che chiamiamo EGO.

"Il segno dell'immersione in Prakriti (la Natura) dell'anima incarnata è la coscienza limitata dell'ego. Si può riconoscere questo stato di coscienza limitata dal costante squilibrio della mente e del cuore, dal conflitto oscuro e dalla disarmonia confusa delle loro diverse reazioni a contatto con le esperienze". (pag. 93)


CONDIZIONI DEL CAMMINO

45) "Tali sono le condizioni del nostro cammino:

1) Vivere in Dio e non nell'ego; muoversi su fondamenta più ampie della piccola coscienza egoistica.

2) Essere perfettamente sereni davanti a tutte le circostanze e a tutti gli esseri; vederli e sentirli come uni in se stessi ed uni in Dio.

3) Agire in Dio e non nell'ego. Scegliere l'azione non in rapporto ai bisogni e ai principi personali, ma in obbedienza ai comandamenti della più alta Verità (...) Bisogna permettere alla nostra azione di svolgersi sempre di più sotto l'impulso supercosciente di una Volontà divina che ci trascende. (Karma Yoga, retta azione). (pag. 94)

46) "Attraverso quali stadi di autodisciplina pratica possiamo giungere a tale adempimento?

L'eliminazione di qualsiasi attività egoistica (...) è certamente la chiave alla quale aspiriamo.

Ma dato che nel cammino delle opere l’azione è il nodo che per primo deve essere disfatto, dobbiamo impegnarci a scioglierlo nel suo punto centrale: cioè nel desiderio e nell’ego (…) In effetti il desiderio ed il senso dell’ego sono i nodi che ci vincolano alla natura ignorante e divisa.

Il desiderio ha origine nelle emozioni, nelle sensazioni e negli istinti e di lì influisce sul pensiero e sulla volontà.

Il senso dell’ego (..) mette profonde radici nella mente pensante e nella volontà (egoica).

Nel campo dell’azione il desiderio prende svariate forme, ma la più potente di tutte è quella della brama dei frutti delle opere. I frutti bramati possono essere la ricompensa di un piacere interiore, l’attuarsi di qualche idea prediletta, (…) la soddisfazione di emozioni egocentriche, la fierezza per il realizzarsi (…) delle nostre più alte ambizioni. Può essere anche una ricompensa esteriore: ricchezza, onori…”

Per conseguenza la prima regola d’azione dettata dalla Gita è quella di compiere l’opera che deve essere compiuta senza nessun desiderio indirizzato verso i suoi frutti” (pag. 95)

Questo risultato “non può essere ottenuto facilmente senza stadi intermedi. Bisogna prima di tutto imparare a ricevere gli urti del mondo con il centro del nostro essere silenzioso e intatto, anche quando in superficie il sentimento e la vitalità vengono violentemente scossi”.

Ma siccome siamo abituati ad agire spinti da desideri od anche da ideali, “sembrerebbe che ogni dinamismo, ogni movente venga a mancare e che l’azione stessa, priva di tali incentivi, debba necessariamente cessare”.

“Ogni azione deve essere compiuta con coscienza sempre più rivolta verso il Divino e posseduta dal Divino; le nostre opere siano un’offerta sacrificale al Divino. (pag. 97)


IL SACRIFICIO

47) "Col tempo (...) impariamo a prendere coscienza del sacrificio che facciamo, fino a sentire gioia del dono di noi stessi (...) Il sacrificio e la divina risposta al nostro sacrificio divengono allora mezzi gioiosamente accettati per avanzare verso la perfezione suprema". (pag 99)


48) “La vera essenza del sacrificio non è l’immolazione, ma il dono di se stessi, il suo obiettivo non è l’annullamento, ma l’adempimento di sé; il suo metodo non è la mortificazione, ma una più grande vita, non una mutilazione, ma una trasformazione delle nostre naturali membra umane in membra divine; non una tortura, ma il passaggio da una soddisfazione minore ad un più vasto ananda (…) A chiunque il sacrificio venga offerto, qualsiasi sia la natura del dono, è il Supremo, l’Eterno in tutte le cose che lo riceve e lo accetta, anche se l’offerta è rifiutata od ignorata dall’intermediario immediato”. (pag 101)


49) “In breve ciò che occorre è trasformare l’intera nostra vita in un cosciente sacrificio. Ogni momento, ogni movimento del nostro essere deve tramutarsi in un costante dono all’Eterno. Tutte le nostre azioni, dalla più piccola, comune, insignificante, alla più grande, nobile ed eccezionale, devono venir compiuti quali atti consacrati”.

Le nostre azioni più comuni, le più rozze e materiali, devono assumere questo sublime carattere; quando mangiamo dobbiamo essere coscienti di porgere il nutrimento alla Presenza che abita in noi; il nostro atto deve rappresentare la sacra offerta di un tempio, togliendone il senso di soddisfazione di un semplice bisogno fisico e di un puro desiderio”. (pag 102)


50) La pratica di questo yoga esige tuttavia un costante ricordo interiore”.

A questo punto Sri Aurobindo ci offre l’essenza dell’insegnamento del Karma Yoga attraverso due pilastri del sacrificio come dono di sé totale al Divino, che rende sacro ogni atto della nostra vita e finalmente offre ad essa un senso integrale, e del ricordo interiore che è la pratica delle pratiche. È un’esortazione alla presenza continua, all’attenzione, al ricordo di sé di cui ci parla Gurdjieff.


51) “Con tale attitudine (…) tutte le azioni e tutta la vita diverranno un’unica adorazione”.

In tal modo il Karma Yoga viene a fondersi col dono di sé nel sacrificio e col cammino della conoscenza, perché nel dono di sé c’è il senso anche della Bakti, del cammino della devozione e del Jnana, del cammino della conoscenza divina.


52) “Ad ogni ascesa dovrà seguire una discesa per assicurarci in basso di quello che abbiamo guadagnato in alto; per ogni altura conquistata dovremo ritornare sui nostri passi per far discendere il potere e l’illuminazione fino al moto mortale inferiore; alla scoperta della luce radiosa delle cime dovrà corrispondere la liberazione di una luce uguale nascosta in basso fino a raggiungere i più riposti recessi della natura subcosciente.

Questo pellegrinaggio verso le altezze e questa discesa (…) costituiranno inevitabilmente una lunga guerra contro noi stessi e le forze contrarie che ci circondano; una guerra che, finché dura, può sembrare interminabile. In effetti tutta la nostra vecchia natura, oscura e ignorante, combatterà instancabilmente e con ostinazione l’influsso trasformatore”. (pag. 120)


“È per questo che è indispensabile la sottomissione a Ciò che ci supera (…) Man mano che il dono di se stessi procede, l’opera del sacrificio diviene più facile e più potente, e l’opposizione delle forze avverse perde gran parte del suo potere”. (pag.121)

Attraverso questo processo emergerà “la più segreta anima in noi” e questa “Presenza divina al centro dell’essere”, sarà per noi aiuto e sostegno agli ostacoli che incontreremo sulla via.

IL MANTRA DI MÈRE



L'ESSERE PSICHICO


53) “La soluzione puramente etica rimane insufficiente; una norma etica non farebbe che mettere il morso alla bocca dei cavalli selvaggi della natura, esercitando un controllo difficile e parziale, impotente a trasformare la natura (…) ma nello yoga non può che rappresentare un periodo transitorio. Una trasformazione fondamentale e una vera purezza della vita spirituale costituiscono il fine che ci proponiamo e, se dobbiamo raggiungerlo, è necessario trovare una soluzione più profonda, un principio dinamico (…) più sicuro”. (pag. 124)


54) “È anche inadeguato il frequente tentativo d’unione male assortita fra il vitale e lo spirituale, fra un’esperienza mistica interna ed un paganesimo esteticamente intellettuale e sensuale o un edonismo esaltato che si appoggia alla vita e si soddisfa con l’illusione d’una approvazione spirituale”.

Non è facile comprendere questa affermazione perché una certa mentalità new age inneggia alla vita con un atteggiamento compiaciuto di fruizione edonistica. Godere della vita certo non è peccato, anzi, ma soddisfare continuamente i propri desideri e giustificarli in nome di una celebrazione fintamente sacra, è un tentativo di giustificare i propri attaccamenti. Questo avviene spesso con la sessualità in nome di una naturalezza spontanea. La sessualità è una potente energia che nella via spirituale deve essere realmente resa intima, come espressione corporea dell’impulso d’amore dell’anima verso un’altra anima, finché questa stessa energia non venga trasformata seguendo un processo spontaneo che nasce dall’Essere psichico. Ovviamente non bisogna reprimerla (sarebbe molto dannoso), né sublimarla, finché questo impulso è presente nell’individuo.

“Nel frattempo (…) bisogna liberare dal nostro essere interiore una luce che possa illuminarci il cammino fino a quando questa più grande e diretta coscienza di verità non venga raggiunta sopra o dentro di noi”.


55) “La sottomissione non è però sicura e nemmeno la guida è certa finché siamo assaliti da formazioni mentali, da impulsi di vita o dalle istigazioni dell’ego che possono facilmente consegnarci in braccio ad una falsa esperienza. Questo pericolo può essere controbilanciato solamente dall’apertura all’anima più profonda, i cui nove decimi sono attualmente celati, dall’apertura cioè all’essere psichico dentro di noi che resta generalmente inattivo”. (pag 125)


56) “La religione, abbandonando costantemente la sua piccola luce di esperienza spirituale si è perduta nella massa oscura dei continui ambigui compromessi umani (…) Tentando d’impadronirsi del cuore umano, è caduta anch’essa nel pantano dei sentimentalismi e di una pia sensualità (…) è stata tradita dal desiderio di attirare la vita fisica dell’uomo verso Dio, incatenandola al meccanismo ecclesiastico, alle cerimonie vuote e ai riti privi di vita (…) La religione veniva indotta a dividere la conoscenza, le opere, l’arte e la vita stessa in due categorie opposte, la categoria spirituale e quella temporale, la religiosa e la mondana, il sacro e il profano”. (pag 127-128)

Invece oggi aspetto della vita deve essere incluso nella spiritualità. Questa divisione è pericolosa e fuorviante perché suggerisce una frattura tra la vita e l’azione e l’ideale spirituale che si colloca su un altro piano.

Se fra le opere una divisione deve esser fatta, essa può consistere in una selezione fra quelle più prossime al cuore della sacra fiamma (essere psichico) e quelle meno toccate e illuminate da essa (…) (Pag 128)

Tutte la scienza che cerca di spiegare i processi della vita, ogni conoscenza psicologia, sociale, “ogni poema, quadro, statua sono un atto di conoscenza creatrice (…), un aspetto della verità”. (Pag 129)

Bisogna quindi navigare nella ricerca a contatto con la vita materiale, ma offrendo al Sacro la nostra esperienza e lasciando che sia illuminata dall’essere psichico e non dall’ego.

Lo yoghi (il ricercatore) non agisce sotto la spinta dl bisogno o costrizione; le attività per lui non rappresentano un dovere (…) né un divertimento di origine elevata (…) Non si sente attaccato, legato né limitato da nulla e nemmeno spera di ricavare da queste opere gloria, grandezza o soddisfazione personali; può tralasciarle o perseguirle secondo la Divina volontà in lui (la volontà del suo essere psichico).

“La vita spirituale non ha bisogno per essere pura di distruggere l’interesse per tutte le cose (…) o di tagliare alla radice le scienze, le arti e la vita”. (Pag 130)


57) “Appare evidente che il bisogno di una concentrazione, indispensabile all’uscita dall’ignoranza, può obbligare il ricercatore a raccogliere le proprie energie e dirigerle solo su ciò che aiuta questo compito (…)

Tutto ciò che non può essere trasformato o rifiuta di far parte di una coscienza divina dovrà venire abbandonato senza esitazione, non a causa di preconcetti, ma perché risulterebbe vuoto ed incapace di divenire un elemento della nuova vita interiore”.

“Il sadhaka non seguirà nessuna regola fissa”. (pag 131)

Nello yoga integrale la rigidità di una regola mentale fissa e precisa non può esistereperché non ci sono due individui uguali. Ma tutto deve gradualmente essere concentrato nella connessione con l’essere psichico. “Tutte le attività mentali (…) aderiscono ad una più alta visione e si dedicno al servizio divino dell’anima in noi, l’Essere psichico”. (Pag 132)


58) "Due sono i segni di trasformazione della mente e delle opere del ricercatore nella coscienza liberata (...) La mente sarà dapprima dominata da una preoccupazione progressiva di Lui e si sentirà innalzata, dilatata per divenire un mezzo di espressione, sempre più illuminato della conoscenza fondamentale (...) Il secondo segno sarà che lo stesso Divino diverrà il conoscitore e che tutti i movimenti interiori (...) diverranno suoi e sua conoscenza. Diminuiranno sensibilmente la scelta individuale, le opinioni, le intellettualizzazioni, si avrà sempre meno tessuto mentale e meno lavoro da forzato cerebrale; una Luce interiore vedrà tutto ciò che deve essere visto." (Pag 133)


59) "Il sadhaka deve salire ancora più in alto, più oltre, nel dominio di un'Intuizione intatta e piena, alla luce diretta dalla coscienza dell'Essere essenziale donde spiccare il volo ancora più lontano verso il Punto da cui questa luce proviene. Perché c'è un Oltremente al di là della Mente (...) L'ultimo stadio dell'ascesa sarà quello di superare questa regione situata al di sopra della mente e ritornare alla più grande origine, la conversione nella luce supermentale della Gnosi Divina. La Luce supermentale è la sede della Verità-Coscienza (...)" (pag 134)


LA CAVERNA SEGRETA DEL CUORE

60) "Se la conoscenza è il più vasto potere della coscienza e se la sua funzione è quella di liberare e d'illuminare, l'amore è il potere più profondo e più intenso, e il suo privilegio è quello di essere la chiave dei più profondi e segreti recessi del mistero divino".

"Tuttavia, nel cuore o dietro il cuore, esiste una luce mistica più profonda che, pur non essendo ciò che chiamiamo intuizione, mantiene un contatto diretto con la Verità ed è più vicina al Divino che non l'intelletto umano, nel suo orgoglio di conoscenza. Secondo gli antichi insegnamenti, la sede del Divino immanente , del Purusha celato, è nel mistico cuore - la caverna segreta del cuore (...)" (Pag 135)





(CONTINUA)







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